Durante gli anni in cui ero ancora una studentessa universitaria di Psicologia, per mantenermi gli studi davo ripetizioni a ragazzini che presentavano difficoltà scolastiche. Mi sono occupata di aiutare bambini e adolescenti con disturbi dell’apprendimento a trovare un metodo di studio che funzionasse per loro, ho accompagnato ragazzi e ragazze a dare l’esame di maturità, ho passato l’estate con studenti che dovevano dare gli esami di recupero. Spesso lavoravo a domicilio per cui ho avuto modo di passare del tempo nelle case di famiglie che non conoscevo. Ho potuto osservare le dinamiche relazionali tra genitori e figli, cogliere qualcosa del clima che si respirava in quelle case, dei discorsi e delle emozioni che circolavano.
In quel periodo lo consideravo un lavoretto da studentessa – appassionante, utile per pagarmi l’abbonamento del treno che ogni giorno mi portava in università – ma poco formativo nella prospettiva di diventare psicologa. Oggi riguardo a quel periodo come a una miniera d’oro di osservazioni che, con gli strumenti clinici che ho acquisito negli anni, hanno assunto per me un significato completamente diverso.
E se le difficoltà scolastiche parlassero di altro?
Anche se non ero ancora abilitata ed ero lì in veste di “la ragazza che ti aiuta in matematica”, la forma mentis da psicologa aveva già cominciato a prendere forma. Motivo per cui prima di aprire i libri o mettermi a correggere versioni di latino, mi veniva naturale fare qualche domanda. “Quando sono iniziate le difficoltà? Ci sono sempre state o sono iniziate in un momento specifico?” “Perché chiedi aiuto proprio ora? Cos’è che prima riuscivi a fare da solo e adesso non ti riesce più?”
Da queste domande spesso si dipanavano storie. Il carico di studio diventato insostenibile quando i genitori hanno dato il via alla separazione. Un genitore che ha perso il lavoro e il clima in casa è diventato pesantissimo. La scuola che appare inutile perché tanto tutti hanno già deciso il mio futuro. Le parole dei professori, e a volte dei genitori stessi, che riverberavano all’infinito dentro la testa “poco portato per lo studio…non potrà mai fare l’università…meglio che faccia una scuola facile e vada subito a lavorare…”
E poi, cominciavano le stranezze. Com’era possibile che la ragazza che a ripetizioni risolveva problemi di geometria alla velocità della luce poi a scuola prende un 4 dopo l’altro? Perché il bambino che quando era con me scrive storie bellissime piene di mostri e avventure e che sapeva un sacco di curiosità sull’Impero Romano, poi lasciava in bianco le verifiche di italiano e storia? Mistero.
Quando le difficoltà scolastiche funzionano come un sintomo
Ci ripenso ora e qualche risposta me la dò. Ogni bambino che ho incontrato era un caso a sé, e ce n’erano pure alcuni che semplicemente avevano bisogno di un po’ di metodo di studio o di qualcuno che con calma gli rispiegasse le equazioni di secondo grado.
In molti casi però mi è sembrato che il calo scolastico non fosse soltanto un errore da correggere, ma il modo in cui il disagio del bambino finiva per emergere. Oggi, con lo sguardo psicoanalitico che ho acquisito negli anni, mi interrogo se quei cali del rendimento non funzionassero come un sintomo. Il sintomo, in psicoanalisi, non coincide semplicemente con un comportamento problematico. Si tratta di una formazione attraverso cui qualcosa della vita psichica trova una propria forma di espressione, spesso senza che la persona ne abbia una consapevolezza diretta. Proverò a fare un esempio di come una difficoltà scolastica può parlare di qualcosa di più profondo di una scarsa predisposizione allo studio.
Prendiamo il caso della separazione dei genitori. Per un bambino questo è un evento potenzialmente molto destabilizzante, sopratutto se avviene come un fulmine a ciel sereno. Il figlio può trovarsi ad affrontare una realtà del tutto nuova senza sapere che forma prenderà la sua vita. Se già può trattarsi di un evento difficile e doloroso per i genitori, che pure possono avere maggiori possibilità di comprendere ciò che sta accadendo e di partecipare alle decisioni che riguardano la loro vita, a maggior ragione può essere destabilizzante per un bambino, che si trova a vivere una trasformazione familiare sulla quale ha pochissimo controllo.
Se la tua casa sta (metaforicamente) andando a fuoco, probabilmente non avrai la motivazione o la concentrazione necessaria per metterti a studiare i Sumeri.
Se non ci sono parole per dirlo, il disagio trova altri modi di esprimersi
C’è sicuramente un aspetto neurobiologico di cui tenere conto. Lo stress prolungato può interferire con il funzionamento della corteccia prefrontale, la regione coinvolta nelle funzioni esecutive: quei processi che ci permettono di concentrarci, tenere a mente le informazioni, pianificare, risolvere problemi. Ovvero esattamente i processi coinvolti nella capacità di apprendere e mantenere un buon rendimento scolastico. Ma ci possono essere anche delle questioni relazionali e simboliche da tenere in considerazione. A volte le difficoltà scolastiche possono rappresentare la modalità inconscia che il bambino o l’adolescente trovano per comunicare il loro disagio.
Ci tengo a sottolineare l’espressione modalità inconscia. Non c’è un ragionamento consapevole, non è qualcosa che un bambino fa con un preciso piano in mente. Così come i mal di pancia che compaiono – fatalità – proprio la mattina in cui ci sarà una verifica non sempre sono stratagemmi messi in atto intenzionalmente per saltare la verifica. Bambini e adolescenti, per motivi diversi, hanno maggiori difficoltà rispetto agli adulti di esprimere a parole il loro malessere. I conflitti, quando non possono esprimersi con la voce, possono trovare altre vie per manifestarsi. Andare male a scuola può essere una di queste vie.
Il bambino come sintomo
Jacques Lacan in Due note sul bambino (1969) si spinge oltre. Scrive che il sintomo del bambino può trovarsi a rispondere a ciò che c’è di sintomatico nella struttura familiare. Detto in termini meno tecnici: a volte il bambino manifesta qualcosa che riguarda la famiglia intera e che nessuno riesce a nominare. Non per colpa di qualcuno, ma perché ogni bambino abita una trama di relazioni che lo precede e lo attraversa.
Le difficoltà scolastiche in coincidenza con una fase di crisi nell’ambiente familiare sono un esempio. Uno dei tanti possibili. Ci sono bambini che si percepiscono invisibili agli occhi dei genitori e scoprono che “dare problemi” può significare essere finalmente visti. Essere visti male per alcuni è comunque un progresso rispetto al non essere visti affatto. Ci sono adolescenti che si sentono addosso la pressione di aspettative troppe alte. Magari il ruolo di bravo a scuola è già stato preso dai fratelli, allora serve un’identità diversa che permetta di occupare un posto che sia solo proprio.
Non sto dicendo che ogni bambino che presenta delle difficoltà scolastiche debba necessariamente avere un conflitto psicologico in corso. È un invito a tenere aperta anche questa ipotesi e a vedere dove può condurre.
Continuare a performare anche mentre si soffre
In certi casi, quando avevo sufficientemente confidenza con i genitori, ho provato ad accennare alla possibilità che ci potesse essere una relazione tra ciò che stava avvenendo a casa e le difficoltà scolastiche. A volte ho trovato una totale chiusura. Mi rendo conto che dal punto di vista dei genitori io ero lì per aiutare nello studio, non per fare la psicologa. Ho trovato anche genitori ricettivi rispetto alle mie osservazioni.
C’è anche chi mi ha detto “sì io lo so che mio figlio sta passando un momento difficile ma andare bene a scuola è il suo dovere, io non smetto di andare a lavoro solo perché sono triste.”
Non voglio farne una graduatoria di competenza genitoriale e non credo che risposte di questo tipo nascessero da un’indifferenza nei confronti dei figli. Ripensando alle parole dei genitori mi chiedo però quanto forse parlassero più di loro che non dei loro figli. Il modo in cui un genitore tratta i propri figli spesso riflette il modo in cui ha imparato a trattare sé stesso. Probabilmente la fatica degli adulti nell’entrare in contatto con le fragilità dei bambini ha a che fare in primis con la difficoltà di entrare in contatto con le proprie. Si finisce così, senza nemmeno accorgersene, per indicare ai figli l’unica strada che si conosce: andare avanti a testa bassa, ignorare il dolore, continuare a funzionare.
Il bambino che non dà problemi
C’è però un rovescio di questa storia, forse anche più insidioso. Un bambino che comincia ad andare male a scuola un segnale almeno lo manda. Scomposto, fraintendibile, ma almeno visibile perché comunque un 4 in pagella si fa notare. Cosa dire invece di tutti quei bambini che non crollano? Che continuano a studiare, a rendere orgogliosi i genitori, a non destare nessuna preoccupazione anche mentre la loro casa brucia? E magari vengono pure lodati per questo. “Per fortuna almeno lui non ci dà problemi.”
Donald Winnicott ha dato a questo modo di funzionare il nome di falso Sé. Se l’ambiente non riesce a rispondere ai bisogni emotivi del bambino, è il bambino che impara ad adattarsi ai bisogni dell’ambiente. Costruisce una versione di sé obbediente e compiacente per proteggere la parte più autentica e vulnerabile. Di per sé la capacità di adattarsi all’ambiente può essere una risorsa, diventa patologica nel momento in cui questa modalità di difesa è così rigida da impedire alla persona di entrare in contatto con i propri desideri. Quando la necessità di conformarsi alle aspettative degli altri sovrasta tutto il resto.
Janina Fisher, terapeuta e ricercatrice specializzata nel lavoro con il trauma, aggiunge una specifica che trovo interessante al concetto di falso Sé. La parte di noi che riesce ad andare avanti e a condurre una vita normale nonostante il dolore, non va per forza liquidata come se fosse una maschera. Continuare a funzionare, a fare i compiti, a studiare, a prendere voti alti, non è di per sé il problema. Anzi, a volte è proprio ciò che permette a un bambino di salvarsi. Il problema è quando questa diventa l’unica strada percorribile. Quando nessuno si accorge del fatto che una parte del bambino – la parte sola, triste, spaventata – è rimasta indietro.
Le parti di sé non ascoltate non spariscono
Molte delle persone che vedo nel mio studio non chiedono aiuto perché non riescono più a funzionare, ma perché soffrono nonostante riescano ad avere una vita normale. Vanno al lavoro anche se la loro mente non riesce a smettere di rimuginare. Danno gli esami all’università anche se si svegliano alle 4 di mattina in preda all’angoscia. Si prendono cura dei loro figli anche se dentro di loro si sentono sprofondare.
Quando penso a quel genitore che mi ha detto che non si può smettere di lavorare perché si è tristi, vedo lui e vedo qualcosa del bambino che è stato. Forse un bambino che a sua volta non ha avuto altre opzioni se non quella di nascondere come si sentiva veramente. A ripetere con i figli le proprie ferite non sono semplicemente i genitori che hanno sofferto, ma quelli che hanno perso il contatto con la loro sofferenza. Chi riesce a ricordarla, invece, tende a proteggere i propri figli dal riviverla. Accorgersi di aver imparato a tirare dritto non è una colpa da confessare. È il primo passo per non consegnare ai figli questa modalità come se fosse l’unica eredità possibile.
Nel lavoro clinico non si tratta di smontare la parte che funziona, che non crolla nonostante il dolore e la fatica, si tratta semmai di dare finalmente voce anche all’altra, a quella che per anni è stata costretta al silenzio. Quali risorse creative può custodire il bambino che non ha mai avuto modo di parlare? Cosa può portare di nuovo nella vita di una persona nel momento in cui si torna a fargli posto? Che grandi o piccoli segreti ha conservato per tutti questi anni nella sua solitudine?
Per chi si fosse riconosciuto in queste righe, come genitore che si interroga su un figlio o come adulto che da bambino si è sentito invisibile o inascoltato, qui è possibile contattarmi per un primo colloquio. Ricevo online e a nel mio studio a Verona centro. È uno spazio in cui, almeno per un’ora, non è richiesto di funzionare.