A cosa serve la psicoterapia e perché non è “fare due chiacchiere”

Una delle frasi che mi capita più spesso di sentire quando si parla di psicoterapia è:

“Sì, ma alla fine è solo parlare.”

Oppure:

“Che senso ha parlare dei problemi? I problemi non si risolvono parlando.”

Dietro a queste affermazioni c’è spesso l’idea che la parola sia qualcosa di secondario, poco concreto, quasi inutile rispetto alla realtà delle cose. Molte persone non iniziano un percorso di psicoterapia perché credono che si riduca a “fare due chiacchiere” e si chiedono quale differenza possa esserci tra parlare con uno psicologo e confidarsi con un amico.

Questa convinzione si intreccia spesso con un’altra idea molto diffusa: quella di dover stare “abbastanza male” prima di poter chiedere aiuto. Ho approfondito questo tema in un altro articolo del blog dedicato alla difficoltà di riconoscere e legittimare la propria sofferenza psicologica.

La psicoterapia è però qualcosa che va ben oltre ad una chiacchierata e che riguarda ciò che accade nel momento in cui la propria parola incontra una forma di ascolto inedita.

Parlare non serve solo a sfogarsi

Quando ci si sfoga con una persona fidata si può provare un senso di sollievo immediato. Condividere le proprie preoccupazioni infatti può permettere di sentirsi meno soli e alleggeriti. Questo è sicuramente un aspetto prezioso delle relazioni umane.

Tuttavia la psicoterapia ha una funzione che va oltre all’offrire sollievo perché l’ascolto dello psicologo non mira a offrire consigli o soluzioni rapide, mira invece a creare le condizioni affinché la persona possa incontrare qualcosa di nuovo rispetto a sé stessa. Attraverso un ascolto attento e non giudicante diventa possibile entrare in contatto con emozioni non elaborate, conflitti che continuano ad agire nell’ombra, parti di sé che fino a quel momento erano rimaste senza voce.

citazione dello psicoterapeuta Carl Rogers "“Quando si viene ascoltati ed intesi, situazioni confuse che sembravano irrimediabili si trasformano in ruscelli che scorrono relativamente limpidi.”

La parola può diventare uno strumento per riconoscere la propria posizione all’interno delle situazioni che causano sofferenza.

Dire per non agire: interrompere il cerchio della ripetizione

Quando non si riesce a nominare e dare un senso alle proprie emozioni, ai conflitti o alle ferite del passato, questi tendono a manifestarsi in altri modi. Può accadere di reagire con una rabbia che sembra sproporzionata rispetto alla situazione, oppure di ritrovarsi ripetutamente nelle stesse dinamiche relazionali senza riuscire a comprendere perché. A volte si continua a percorrere gli stessi sentieri di sofferenza pur desiderando sinceramente qualcosa di diverso.

È come se il malessere, non trovando la via della parola, cercasse una via d’uscita attraverso l’azione, intrappolando la persona in un cerchio che si ripete all’infinito.

La psicoterapia offre invece la possibilità di fermarsi e osservare queste ripetizioni. Mettere in parola ciò che fino a quel momento veniva soltanto agito permette di riconoscere schemi che sembravano inevitabili. In questo senso, la parola restituisce uno spazio di libertà: ciò che viene finalmente riconosciuto e compreso, può essere trasformato.

Smontare il "sono fatto così": la parola che mette in dubbio le certezze

Molte persone arrivano in terapia con idee granitiche su sé stesse:

“Sono fatto così” “Sono una persona ansiosa” “Non sono portato per le relazioni” ecc.

Spesso si tratta di identificazioni che la persona si porta dietro fin dall’infanzia e che vengono vissute come verità assolute. Il rischio è che queste etichette finiscano per restringere il campo delle possibilità. Se mi convinco di essere fatto in un certo modo, potrei evitare situazioni che potrebbero mettere in discussione quella convinzione e permettermi di sperimentare qualcosa di diverso.

Nella stanza di terapia è possibile, proprio attraverso la parola, rimettere in discussione le definizioni di sé che possono essere fonte di sofferenza e di evitamento. Diventa infatti possibile chiedersi “Chi ha detto che sono fatto così? A chi appartiene veramente questa etichetta?”

Interrogarsi sul modo in cui ci si è sempre raccontati significa aprire uno spazio per il cambiamento. In psicoterapia si ripercorre la propria storia non per rivangare il passato all’infinito, ma per smettere di sentirsi definiti da ciò che è successo.

La psicoterapia si distingue da una semplice conversazione non perché lo psicologo possiede risposte che gli altri non hanno, ma perché offre uno spazio in cui la parola può diventare strumento di conoscenza e trasformazione di sé. Attraverso un ascolto autentico della parola del paziente, ciò che nella sua storia sembrava immutabile inizia a mostrare delle crepe. Ci si può accorgere che la sofferenza non è un destino e che esistono modi nuovi di abitare la propria storia, le proprie relazioni e il proprio desiderio.

Per avere maggiori informazioni o per prenotare un primo colloquio psicologico con me è possibile contattarmi tramite la pagina Contatti del sito.

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