Mi capita spesso di pensare che la mia formazione come psicologa sia avvenuta più attraverso i romanzi che non attraverso i manuali universitari. I manuali di psicopatologia descrivono. Sono spesso liste impersonali di sintomi, fattori scatenanti, caratteristiche demografiche dei pazienti, manifestazioni cliniche, età di esordio dei disturbi, ecc. Servono a noi clinici per riconoscere e diagnosticare le psicopatologie dei nostri pazienti, ma proprio perché tentano di individuare ciò che accomuna esperienze diverse, lasciano in secondo piano ciò che rende invece ogni esperienza unica.
I romanzi, invece, toccano la verità soggettiva. Rispondono a domande diverse.
Che esperienza è, per quella specifica persona in quello specifico momento della sua storia, quella della depressione? Come appare il mondo durante l’esordio di un disturbo bipolare? Quale trama sotterranea di significati accompagna l’esperienza di un’abbuffata? Cosa significa vivere in prima persona un ricovero psichiatrico?
I libri scritti da autori che hanno sperimentato su di sé la sofferenza psichica e la psicopatologia, permettono di andare oltre l’etichetta diagnostica. Ci avvicinano a un’esperienza singolare e incarnata che nessun manuale di psicopatologia può restituire. E soprattutto, mostrano come quella sofferenza si inserisca sempre in una trama più ampia. La storia della propria sofferenza non può essere separata da quella della propria famiglia, dei propri amori e amicizie, del proprio paese e della sua cultura dominante.
I cinque libri sulla salute mentale di cui parlo in questo articolo sono quindi testimonianze di come la scrittura possa diventare, in forme diverse e singolari, un tentativo di confrontarsi con la propria storia, di interrogarla e, talvolta, una forma di resistenza al silenzio, allo stigma e alle narrazioni imposte dall’esterno.
Yoga di Emmanuel Carrère: il crollo degli ideali e la vita oltre la diagnosi
Yoga nasce con l’intenzione di essere un libro sulla meditazione, pratica che Emmanuel Carrère coltiva da molti anni e attraverso la quale cerca di raggiungere uno stato di serenità ed equilibrio interiore. Il progetto del suo libro, però, prende una direzione imprevista. Una serie di avvenimenti lo porta infatti ad attraversare una gravissima crisi depressiva, il ricovero in ospedale psichiatrico e la diagnosi di disturbo bipolare.
C’è un tema molto universale che attraversa l’autofiction di Carrère: il crollo di un ideale. La pratica meditativa rappresentava per lui infatti la possibilità di diventare la versione pacificata di sé, al riparo dalle turbolenze dell’esistenza. Ma l’illusione va in frantumi. Non c’è nulla, nessun tipo di pratica meditativa, che possa proteggere dall’incontro con il reale della malattia, del lutto, del dolore.
Al contempo però non è un libro lugubre. La malattia non rappresenta né l’inizio né la fine della narrazione. Occupa solo una parte del romanzo (e della vita) di Carrère. Poi c’è tutto il resto: gli amori, le amicizie, la scrittura, la meditazione, gli incontri e i viaggi che continuano anche dopo il ricovero. La diagnosi introduce una realtà con cui lo scrittore deve confrontarsi senza diventare l’unica chiave attraverso cui leggere la sua esistenza.
“Ed ecco un’altra definizione della meditazione, la quattordicesima: scavare tunnel, costruire dighe, aprire vie di circolazione, far nascere qualcosa nello spazio infinito che si spalanca dentro ciascuno di noi.”
Fame - Storia del mio corpo di Roxane Gay: trauma, corpo e il rifiuto di farsi addomesticare
Nella nostra cultura, l’obesità viene spesso interpretata come un segno di mancanza di volontà. Nel suo memoir Fame. Storia del mio corpo, Roxane Gay introduce una prospettiva molto diversa. A dodici anni, Gay subisce una violenza sessuale che segna profondamente il suo rapporto con il corpo e con il cibo. L’aumento di peso diventa, nel suo racconto, il tentativo di mettere tra sé e gli altri una barriera che la protegga e impedisca al trauma di ripetersi. Il corpo di Roxane Gay non è quindi un corpo che manca di volontà. Al contrario, è un corpo che cerca disperatamente di tenerla al sicuro.
È anche un corpo che non si lascia addomesticare. Nessuna dieta, personal trainer e nemmeno nessun supporto psicologico hanno trasformato la sua esperienza in una storia di vittoria nella battaglia con il peso. Non è quindi la storia di un corpo che rientra nei ranghi e si rende così socialmente accettabile. Anzi, Gay mette in discussione l’idea che dimagrire debba essere la condizione necessaria per ottenere l’accettazione degli altri, senza nascondere le proprie ambivalenze e il desiderio, talvolta, di avere un corpo diverso.
Nella seconda parte del libro porta avanti una critica al modello medico giudicante che fa leva sul senso di colpa per indurre le persone a dimagrire, rivendicando la necessità di un approccio più rispettoso della storia di chi abita quel corpo. Ma Fame è anche un libro sul silenzio, sulle parole che non si sono potute dire e sugli effetti che quel silenzio può avere:
“Davvero troppo spesso, a contare è quello che “si dice”, quindi ci limitiamo a ingoiare la verità. La ingoiamo e, il più delle volte, la verità inacidisce. Si diffonde nel corpo come un’infezione. Diventa depressione, dipendenza, ossessione o qualche altra manifestazione fisica del silenzio, di quello che si sarebbe detto, si doveva dire, non poteva essere detto.”
La ragazza interrotta di Susanna Kaysen: il confine tra normalità e follia
Tra i libri sulla salute mentale che propongo in questo articolo, La ragazza interrotta è forse quello che interroga maggiormente il concetto stesso di salute mentale.
Susanna Kaysen racconta in questo memoir la sua esperienza di ricovero psichiatrico alla fine degli anni Sessanta. A diciotto anni, dopo aver attraversato un periodo di profonda sofferenza e aver tentato il suicidio, viene ricoverata in una clinica psichiatrica, dove resterà per circa un anno e mezzo e riceverà una diagnosi di disturbo borderline di personalità. Un tempo, appunto, interrotto: una sospensione nella sua adolescenza.
Alla descrizione della vita in clinica, condivisa con altre ragazze sue coetanee, Kaysen affianca una critica molto lucida all’istituzione psichiatrica del suo tempo. Si interroga su quanto sia labile, e talvolta arbitrario, il confine tra salute e malattia mentale. Riflette su come il ricovero – più che una forma di cura – le appaia come un modo per tenere separate le persone considerate “scomode”. Ovvero quelle che mettono in crisi l’ambiente familiare e sociale ma che al contempo, forse, ne mostrano proprio la disfunzionalità.
L’ospedale diventa così un luogo attraversato dall’ambivalenza: offre protezione, ma il prezzo da pagare è la rinuncia alla propria libertà.
“In uno strano modo eravamo libere. Avevamo toccato il fondo. Non avevamo nient’altro da perdere. Privacy, libertà, dignità: era tutto sparito, ed eravamo ridotte all’osso. Nude, avevamo bisogno di protezione, e l’ospedale ci proteggeva. Certo, era l’ospedale che per primo ci aveva spogliato: ma questo ribadiva il suo dovere di proteggerci.”
Per chi desidera approfondire il tema dell’affidabilità delle diagnosi psichiatriche e della difficoltà di tracciare un confine netto tra normalità e follia, ho dedicato a questo argomento anche un altro articolo, lo trovate qui.
L’educazione di Tara Westover - trauma, separazione e verità soggettiva
Tara Westover è nata all’interno di una famiglia mormona e survivalista. La prima parte della sua vita si svolge in una sorta di realtà parallela, quasi completamente separata dal mondo. Lei e i suoi fratelli crescono senza avere un certificato di nascita e senza andare a scuola. Le convinzioni antigovernative del padre portano l’intera famiglia a rifiutare l’assistenza sanitaria e a vivere in un profondo stato di isolamento. È un ambiente familiare segnato dalla violenza e da gerarchie rigide basate su un modello patriarcale. La ribellione di Tara e il suo movimento di separazione dall’ambiente familiare passano attraverso l’istruzione, prima studiando da autodidatta e poi con l’iscrizione all’università.
La scrittura di questo memoir è anche una riflessione sul funzionamento della memoria umana. In diversi passaggi l’autrice si interroga sulla veridicità dei suoi ricordi, che spesso non coincidono con quelli dei suoi familiari. Tara racconta infatti di come episodi di violenza e situazioni di grave pericolo venissero minimizzati o negati all’interno della famiglia, fino a portarla a dubitare della propria percezione della realtà.
Scrivere diventa quindi un movimento di riappropriazione e legittimazione del proprio vissuto traumatico. Rappresenta quindi una soggettivazione della sua storia alla luce della persona che è diventata: la possibilità di mettere in forma la sua esperienza anche laddove i suoi ricordi diventano incerti e contraddittori.
L’altro grande tema è quello che dà il titolo al romanzo: l’educazione. L’accesso all’istruzione è la premessa per potersi costruire un pensiero autonomo e immaginare una vita diversa da quella che la sua famiglia aveva scelto per lei. Il riscatto, però, ha un prezzo. Salvaguardare ciò che di nuovo ha costruito significa dover recidere legami profondi, per quanto dolorosi e segnati dalla violenza.
“Tutti i miei sforzi, tutti i miei anni di studio mi erano serviti ad avere quest’unico privilegio: poter vedere e sperimentare più verità di quelle che mi dava mio padre, e usare queste verità per imparare a pensare con la mia testa. Avevo capito che la capacità di abbracciare più idee, più storie, più punti di vista era un presupposto fondamentale per crescere come persona.”
La campana di vetro di Sylvia Plath: la depressione come sguardo disincantato sulla realtà
Nonostante sia ambientato nell’America degli anni Cinquanta, La campana di vetro di Sylvia Plath è un romanzo che conserva una sorprendente attualità. La protagonista, Esther Greenwood, alter ego dell’autrice, è una giovane studentessa brillante che ottiene l’opportunità di trascorrere un mese a New York lavorando per una prestigiosa rivista femminile. Si trova così immersa in un mondo glamour e movimentato, fatto di feste e occasioni culturali.
Quest’esperienza, che dovrebbe segnare il passaggio dalla sua adolescenza all’età adulta e cambiarle la vita in senso positivo, coincide invece con l’esordio di un lungo episodio depressivo.
Esther osserva infatti il mondo che la circonda con uno sguardo estremamente lucido e disincantato, ne coglie l’ipocrisia, la patina di finzione e la pressione sociale che subiscono le donne della sua generazione. Se da una parte infatti il suo talento intellettuale è premiato e le è stata data una grande opportunità di crescita professionale, dall’altra ci si aspetta che lei non persegua la sua ambizione ma si dedichi al creare una famiglia. Il senso di divisione tra il suo desiderio di diventare scrittrice e la pressione sociale alla maternità, aggravano il suo stato di alienazione dalla realtà che la circonda.
Proprio questa, secondo me, è una delle rappresentazioni più interessanti della psicopatologia che il romanzo ci offre. Se spesso il disturbo mentale è descritto nella forma del delirio, in una percezione alterata della realtà, la sofferenza della protagonista sembra manifestarsi in maniera opposta. Il suo sguardo spoglia la realtà dalla sua patina e mette a nudo le contraddizioni di una società che promette alle giovani donne infinite possibilità, ma continua a imporre loro ruoli e aspettative rigidissime.
Si fa così strada in lei la sensazione di osservare la vita da dentro una campana di vetro, che da una parte sembra proteggerla dall’urto con il reale, dall’altra le impedisce di sentirsi in connessione con le persone che la circondano, facendola sprofondare in uno stato di devastante solitudine.
“Ricominceremo da dove eravamo, Esther – aveva detto mia madre con il suo dolce sorriso da martire – Faremo come se fosse stato soltanto un brutto sogno”.
Un brutto sogno.
Per chi è chiuso sotto una campana di vetro, vuoto e bloccato come un bambino nato morto, il brutto sogno è il mondo.”
Oltre le etichette: la soggettività che sfugge alle griglie diagnostiche
I libri sulla salute mentale che ho raccolto in questo articolo, seppur diversi tra loro, hanno qualcosa in comune. Mostrano quanto sia difficile comprendere la sofferenza psichica se la si separa dalla storia di chi la vive. Il corpo, le relazioni familiari, il desiderio, le aspettative sociali, il rapporto con la realtà: sono tante le dimensioni che possono intrecciarsi nell’esperienza di una persona e che difficilmente trovano spazio all’interno di una definizione diagnostica.
La letteratura non sostituisce la conoscenza psicologica, così come la teoria non esaurisce la complessità di una storia individuale. Sono due modi diversi e complementari di avvicinarsi alla sofferenza. Se la conoscenza teorica ci aiuta a costruire delle coordinate per leggere i fenomeni clinici, le storie ci ricordano che ogni esperienza eccede sempre le categorie con cui proviamo a descriverla.
Per chi è interessato a approfondire questi temi anche attraverso la saggistica, ho raccolto in un altro articolo alcuni dei miei saggi di psicologia preferiti, libri che mi hanno aiutata a interrogare la mente umana e a guardare alla sofferenza psichica da prospettive diverse. Lo trovate qui.