Etichette psicologiche: se la diagnosi diventa un’identità

Dare un nome alla sofferenza

Secondo anno di università, corso di Psicologia Clinica. Il manuale in uso è un lungo elenco di tutte le psicopatologie esistenti, i criteri per diagnosticarle e le principali forme di trattamento. Tra una lezione e l’altra, noi studenti ci dedichiamo alla nobile arte da sempre praticata da ogni futuro psicologo: l’autodiagnosi. Ci facciamo diagnosi a vicenda, diagnostichiamo fidanzati, ex, genitori, pure i professori (quelli che danno voti bassi sono, chiaramente, narcisisti). Abbiamo appena scoperto uno strumento nuovo, un modo scientifico di categorizzare persone, relazioni, comportamenti, idiosincrasie. Prima eravamo persone con la testa fra le nuvole – dei sognatori? – ora siamo ADHD. I periodi bui finiscono sotto la nomenclatura di episodio depressivo, la paura di sentirci rifiutati e abbandonati è una palese prova di disturbo borderline della personalità. Le etichette psicologiche sono diventate il nostro nuovo modo di ordinare il mondo.

Guardandomi indietro credo che la corsa alla diagnosi nascondesse la necessità di dare un senso al caos dei nostri vent’anni, di poterci finalmente identificare in qualcosa di solido, oggettivo, di poter dire a noi stessi e agli altri: “io sono questa cosa qua.” D’altronde dare un nome a qualcosa che ci accompagna da sempre può essere un’esperienza profondamente liberatoria. Significa scoprire che non siamo gli unici a vivere certe difficoltà, trovare una comunità di persone che condivide esperienze simili, smettere di attribuire ogni sofferenza a una presunta colpa morale.

Quando le etichette psicologiche diventano un’identità

Oggi, a distanza di quasi dieci anni, mi sembra che quella stessa tendenza non riguardi più soltanto gli studenti di psicologia. Il linguaggio psicologico – che ha comunque sempre trovato un modo di entrare nei discorsi quotidiani – ora, sopratutto attraverso la divulgazione social, sta diventando sempre di più uno degli strumenti principali con cui interpretiamo noi stessi e gli altri. Da una parte, la maggior consapevolezza rispetto a queste tematiche, ha portato a dei cambiamenti positivi. Penso, per esempio, al fatto che studenti con disturbi specifici dell’apprendimento – un tempo etichettati come svogliati o poco portati per lo studio – grazie alla maggior comprensione delle neurodiversità possono avere accesso a strumenti compensativi e piani di studio personalizzati.

Al contempo assisto però sempre più spesso ad un utilizzo di diagnosi ed etichette psicologiche come spiegazione ad ogni propria caratteristica e modo di fare, perno attorno a cui far ruotare tutta la propria identità. L’attaccamento evitante, la plusdotazione cognitiva, il complex ptsd (per citare alcune categorie che vanno per la maggiore) diventano l’unica lente con cui interpretare la propria storia e la propria esperienza. Con il rischio di assumere una posizione estremamente rigida che porta ad una cementificazione identitaria. Si smette di considerarsi persone sfaccettate, con le proprie contraddizioni e in eterno mutamento, per cercare di incarnare un’immagine bidimensionale, statica e sempre uguale a sé stessa.

Viviamo in un’epoca che ci chiede continuamente di definirci. I social ci invitano a costruire un’identità coerente e riconoscibile, gli algoritmi funzionano meglio se apparteniamo a categorie definite, il marketing ha bisogno di sapere a quale gruppo apparteniamo per poterci proporre il prodotto giusto. Se la psicologia si piega a questo tipo di logica, il risultato è che la diagnosi – strumento fondamentale nel lavoro clinico e nella conduzione della cura – venga distorto in favore della creazione di un catalogo di identità da indossare a piacimento. Di questo processo di trasformazione della psicologia in oggetto di consumo ho parlato più approfonditamente in questo articolo, dedicato al rapporto tra salute mentale e mercato.

Il bisogno di definirsi

Definirsi riduce l’incertezza. Se posso dire “sono fatto così”, smetto almeno per un momento di confrontarmi con tutto ciò che di me resta ancora sconosciuto. Ad un prezzo però, perché un’identità troppo rigida finisce inevitabilmente per difendersi da tutto ciò che potrebbe metterla in discussione. Se mi convinco che “sono evitante”, potrei rinunciare a costruire relazioni intime perché parto dal presupposto che siano incompatibili con la mia natura. Se penso che la mia plusdotazione cognitiva renda impossibile per gli altri capirmi, potrei smettere di cercare contesti in cui può avvenire un contatto autentico. L’etichetta, da descrizione provvisoria, rischia lentamente di trasformarsi in una profezia: non descrive più soltanto il presente, ma inizia a decidere quali futuri ci sembrano possibili e quali no. Come scrive Massimo Recalcati:

“Se un soggetto resta rigidamente ancorato alla credenza e/o alla difesa della propria identità, perde fatalmente di slancio progettuale e di creatività. La vita si ammala per un eccesso di difesa, il desiderio appassisce, la maschera dell’Io ricopre, sino a cancellarlo, il soggetto dell’inconscio.”

La psicoterapia come superamento delle etichette psicologiche

Nel mio lavoro di psicologa vedo spesso quanto il cambiamento passi attraverso il fare esperienze che inizialmente sembrano incompatibili con l’immagine che una persona ha di sé. Se invece l’identità viene vissuta come qualcosa da difendere a tutti i costi, rischiamo di iniziare ad evitare tutto ciò che potrebbe modificare l’idea che abbiamo di noi stessi, finendo per restringere il campo delle esperienze che ci diamo il permesso di vivere.

Spesso il lavoro analitico inizia proprio nel momento in cui le definizioni con cui una persona si è sempre immedesimata iniziano a vacillare.

Scrive ancora Recalcati:

“Lo psicoanalista riceve le domande di aiuto e di cura più diverse, ma tutte tendenzialmente accomunate dal fatto che il soggetto che le pone non è più sicuro di essere ciò che sino a quel momento pensava di essere.”

La vertigine di non riconoscersi più apre la possibilità di uno spazio in cui è possibile tollerare di non coincidere completamente con nessuna definizione, di non essere mai identici a sé stessi. Nello spazio dell’incertezza il desiderio può tornare a muoversi permettendo alla vita di prendere direzioni che nessuna etichetta avrebbe potuto prevedere.

Le citazioni di Massimo Recalcati sono tratte dal saggio Elogio dell’inconscio di cui ho parlato in questo articolo dedicato ai libri da cui partire per avvicinarsi ai temi della psicologia contemporanea.

Per avere maggiori informazioni o per prenotare un primo colloquio psicologico con me è possibile contattarmi tramite la pagina Contatti del sito.

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