Quando anche la salute mentale diventa un prodotto

Carrello del supermercato davanti agli scaffali, immagine utilizzata per un articolo sul rapporto tra salute mentale, psicologia e logica del consumo.

App, chatbot e nuovi mercati del benessere psicologico

Negli ultimi anni il benessere psicologico è uscito dagli studi degli psicologi per entrare nel mercato di massa. Sono nate app per monitorare l’umore, video-corsi per imparare a gestire l’ansia step by step, influencer dispensatori di pillole motivazionali, chatbot che simulano conversazioni terapeutiche. Si è arrivati addirittura alla possibilità di vincere delle sedute di psicoterapia con l’acquisto di un detergente intimo.

Da una parte, il fatto che la salute mentale sia diventata un tema di interesse pubblico e abbia smesso di essere un tabù può contribuire a ridurre lo stigma intorno alla sofferenza psichica. Dall’altra credo però valga la pena interrogarsi sul modo in cui il mercato sta rispondendo a questa crescente attenzione verso il benessere psicologico e sul rischio che anche la psicologia venga assorbita dalla logica del consumo. Non si tratta di una critica agli strumenti in sé, ma del tipo di rapporto con la sofferenza che possono favorire.

La logica del discorso del capitalista applicata agli strumenti psicologici

Questa logica può essere ascritta al concetto di discorso del capitalista, introdotto da Jacques Lacan per descrivere il modo in cui il sistema economico contemporaneo impatta sulla nostra psiche e sul nostro rapporto con il desiderio e gli oggetti di consumo. Secondo Lacan, l’esperienza umana è segnata da una mancanza fondamentale: non siamo mai completamente appagati e non esiste un oggetto, una relazione o un traguardo capace di renderci definitivamente soddisfatti. È proprio questa incompiutezza a rendere possibile l’esperienza del desiderio, ovvero quel motore che anima e dà senso alle nostre vite.

Il discorso del capitalista si innesta su questa condizione esistenziale e propone continuamente nuovi oggetti che promettono di colmare quella mancanza una volta per tutte. Il punto critico risiede nel fatto che nessun oggetto può davvero riuscirci perché il senso di appagamento che offre è inevitabilmente temporaneo e lascia presto il posto alla ricerca di un nuovo oggetto. Così la mancanza originaria, che poteva orientare il soggetto verso il proprio desiderio e la costruzione di una vita più allineata ai suoi valori, viene reinterpretata come un vuoto da riempire.

La promessa del tutto e subito

La crescente attenzione verso il benessere psicologico è così diventata un inedito terreno di espansione per il mercato. Di per sé questo non costituirebbe un problema, se non fosse che la salute mentale sta finendo per essere trattata alla stregua di un qualsiasi altro prodotto, ovvero qualcosa di ottenibile in tempi brevi e preferibilmente senza che sia richiesta una reale messa in gioco soggettiva.

È in questo contesto che proliferano offerte che promettono risultati rapidi e definitivi: tecniche per eliminare l’ansia una volta per tutte, metodi per “riprogrammare” il cervello o percorsi che garantiscono di liberare una persona dai suoi sintomi in poche sedute. Spesso queste promesse si fondano su un uso superficiale del linguaggio delle neuroscienze o sono avanzate da figure che, pur parlando di sofferenza psichica, non possiedono una formazione adeguata per occuparsene. Il messaggio di fondo è che esiste una soluzione semplice e universalmente valida che possa liberare dalla sofferenza. In questa prospettiva il disagio psicologico è descritto più come un problema tecnico da risolvere  che come un’esperienza da comprendere. Laddove invece un percorso di cura serio richiede di fare i conti con il fatto che essere vivi implica inevitabilmente avere a che fare con l’angoscia, il dolore e l’incertezza.

Una psicologia senza limite

Molti dei nuovi prodotti dedicati alla salute mentale condividono la caratteristica di essere sempre disponibili.

I chatbot, per esempio, possono essere consultati in qualsiasi momento del giorno e della notte e sono tendenzialmente programmati per dare ragione all’interlocutore. Ogni volta che compaiono ansia, tristezza o senso di solitudine, è possibile tornare a chiedere rassicurazioni.

Questa disponibilità illimitata può rappresentare un conforto per chi sta vivendo un momento difficile, ma rischia di diventare una forma di dipendenza e ridurre la capacità della persona di tollerare l’attesa e la frustrazione. In molti casi la sofferenza si mantiene proprio attraverso l’evitamento. Nell’immediato, sottrarsi a ciò che ci spaventa porta sollievo, ma a lungo termine rischia di rafforzare la convinzione di non essere in grado di tollerare il disagio o le emozioni scomode senza un supporto esterno immediatamente accessibile.

Uno psicologo reale, invece, offre uno spazio protetto, ma delimitato da un tempo e da un ritmo definiti. Non è sempre disponibile e, proprio attraverso questo limite, comunica al paziente che ha fiducia nelle sue risorse interiori. Una buona psicoterapia non si limita infatti a rassicurare il paziente ogni volta che compare l’angoscia, ma lo accompagna gradualmente nell’incontro con ciò che teme, aiutandolo a scoprire che è in grado di attraversare il disagio senza dovervi necessariamente sfuggire. Di cosa distingua realmente un percorso psicoterapeutico da uno spazio di semplice ascolto ho parlato più approfonditamente in questo articolo su “A cosa serve la psicoterapia e perché non è fare due chiacchiere”.

Eliminare il soggetto dalla cura

C’è infine un altro aspetto da considerare. Il mercato del benessere tende a produrre soluzioni standardizzate: tecniche, protocolli e strumenti che promettono di funzionare per chiunque. La sofferenza psichica è però sempre una manifestazione singolare che si origina a partire dalla storia della persona che ne fa esperienza. Due persone possono condividere lo stesso sintomo, ma il significato che quel sintomo assume e il modo in cui si intreccia con la loro storia sono sempre unici. La promessa di una soluzione universale finisce allora per appiattire proprio ciò che la psicologia e la psicoterapia cercano invece di ascoltare: la particolarità di ogni soggetto.

Quando gli strumenti psicologici vengono assorbiti dalla logica del discorso del capitalista, il rischio è che il sintomo si trasformi in un vuoto da riempire con l’oggetto giusto, mettendo così a tacere la domanda che quel sintomo porta con sé. Si tratta di un paradosso perché, nella sua accezione più autentica, la cura psicologica parte proprio dall’ascolto di quella domanda, la mette al centro, la interroga. Non considera il sintomo un difetto da correggere, ma una traccia da seguire per avvicinarsi alla verità del soggetto e del suo desiderio.

Per chi sentisse l’interesse ad approfondire i temi della psicologia contemporanea, ho raccolto qui alcuni dei libri di psicologia che consiglio più spesso.

 

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