L’arte parla di noi: jeff koons e la società senza dolore

COSA L’ARTE CONTEMPORANEA PUò RACCONTARCI DI NOI

Le opere d’arte ci parlano sempre della cultura della società in cui vengono realizzate. Ne riflettono i grandi temi, le speranze, i valori, le paure, sono indicatrici della personalità stessa delle epoche. In particolare nell’articolo di oggi cercherò di raccontarvi cosa i “Ballon Dogs” di Jeff Koons – uno dei maggiori interpreti dell’arte contemporanea – possono dirci della psicologia del nostro periodo storico e sopratutto di noi stessi. Perché l’arte parla di noi, delle generazioni che abitano il mondo contemporaneo. Mi farò accompagnare in questa analisi da uno dei più influenti osservatori del nostro tempo: il filosofo Byung-Chul Han.

Ecco cosa afferma Byung-Chul Han in “La salvezza del bello” sulle opere di Jeff Koons:

“Jeff Koons dice che l’osservatore delle sue opere dovrebbe soltanto esclamare “wow”. È chiaro che al cospetto della sua arte non è necessario alcun giudizio, né interpretazione o ermeneutica, riflessione o pensiero. Essa resta coscientemente infantile, banale, impassibilmente rilassata, disarmante e alleggerente, poiché è svuotata di qualsiasi profondità, di qualsiasi abissalità e malinconia. Di conseguenza il suo motto è: “abbracciare l’osservatore”. Niente deve scuoterlo, ferirlo o spaventarlo.”

LA CULTURA DEL LIKE

I Ballon Dogs non scuotono l’osservatore: sono levigati, curvilinei, avvolgenti, rassicuranti. Sono superfici riflettenti senza interiorità che restituiscono all’osservatore solo la propria immagine specchiata. Infatti, quello che manca a queste opere è proprio la capacità di ferire chi le guarda, di fargli provare dolore. Si limitano a suscitare piacere.

In questo senso le opere di Koons sono una perfetta rappresentazione di uno degli aspetti che caratterizzano la società consumistica contemporanea e i suoi abitanti: il rifiuto del dolore e della negatività. Oggi siamo sempre più dominati dal diktat del pensiero positivo e dalla cultura del like.

Secondo Byung-Chul Han viviamo in una società palliativa, anestetizzata e anestetizzante. Scrive a tal proposito il filosofo:

La società palliativa è inoltre una società del mi piace, che cade vittima della mania di voler piacere. Ogni cosa viene lucidata finché non suscita approvazione. Il like è l’emblema, il vero e proprio analgesico della contemporaneità. Non domina solo i social media, ma anche tutti gli ambiti della cultura. Nulla deve più far male. Non solo l’arte, ma anche la vita stessa deve essere instagrammabile, ovvero priva di angoli e spigoli, di conflitti e contraddizioni che potrebbero provocare dolore. Ci si scorda che il dolore purifica, emana un effetto catartico. Alla cultura della compiacenza manca la possibilità della catarsi.

MA ALLORA PERCHé SIAMO COSì DEPRESSI?

Come si spiega che proprio in una società che teme il dolore, che lo respinge e lo evita in ogni modo possibile, la depressione sia una delle principali cause di disabilità? Solo in Italia tra i 3 e i 5 milioni di persone soffrono di depressione. Per di più questo dato potrebbe rappresentare una sottostima dal momento che molti italiani non ricevono una diagnosi. Si verifica quindi un effetto paradossale: una società senza dolore è, alla fine dei conti, una società depressa.

Vivere in funzione del piacere e nell’evitamento di ciò che urta rischia di condurre alla rinuncia di ciò che conta realmente per noi. Le esperienze che danno senso alla vita, che rendono la vita degna di essere vissuta, ci richiedono quasi sempre di passare attraverso emozioni difficili come la paura o il senso di fragilità. Per esempio, pensiamo all’esperienza dell’amore, che rappresenta forse il sentimento che più di ogni altro dà significato all’esistenza. Come può esserci amore senza esposizione all’altro? 

Amare comporta incontrare la propria vulnerabilità, esporsi al rischio di poter essere abbandonati, traditi, illusi. Così come seguire un proprio sogno espone al rischio del fallimento. Compiere atti creativi o generativi, come mettere al mondo un figlio o avviare un proprio progetto, sono tutte esperienze che richiedono di guardare in faccia la propria limitatezza, fronteggiare il senso di inadeguatezza, sporgersi oltre i confini di ciò che ci è noto e familiare. Se ripensiamo a quali sono state le esperienze di picco della nostra esistenza, i momenti per cui “ne è valsa la pena”, esse hanno sempre richiesto di abitare l’incertezza, transitare in luoghi impervi e spaventosi. In definitiva, di farci attraversare dal dolore.

SENZA DOLORE NON C’è RELAZIONE

Al contrario una cieca ricerca del piacere e un evitamento assoluto del dolore finisce per restringere il campo delle possibilità. Questo può condurre ad una vera e propria paralisi della vitalità individuale.

In “Mondo Nuovo”, il romanzo dispotico di Aldous Huxley, l’autore immagina una società in cui l’ordine sociale è mantenuto attraverso il soffocamento del dolore.  Si tratta di una società in cui le emozioni “negative” vengono eliminate attraverso l’uso costante di sostanze psicoattive. Ma è anche una società in cui non esistono arte, amore o qualsiasi altra esperienza di picco diversa dal semplice piacere.

Senza dolore non possono esserci né ribellione né bellezza.

L’anestetizzazione può diventare una vera e propria forma di controllo sociale.

“Senza dolore non abbiamo né amato né vissuto. La vita viene sacrificata in nome della sopravvivenza confortevole. Solo una relazione vissuta, un’effettiva coesistenza ha accesso al dolore. La coesistenza meramente funzionale, senza vita, non porta ad alcun dolore anche quando decade. È il dolore a distinguere la coesistenza viva dalla prossimità morta.”

Non è quindi un caso che i Ballon Dogs di Jeff Koons siano superfici riflettenti che ci restituiscono l’immagine del nostro volto. Esse non presuppongono l’incontro con l’alterità, non vi è alcuna opposizione negativa a disturbarci, nessuna estraneità che possa mettere in crisi i nostri confini identitari.

La società senza dolore è anche una società che teme il legame perché non esiste legame che non presupponga la possibilità della ferita. 

Ma cosa, se non i nostri legami, sono capaci di scuotere la vita? Di risvegliarla, di darle forma e colore? 

BIBLIOGRAFIA

Le citazioni sono tratte da: 

Han, B.(2019). La salvezza del bello. Nottetempo.

Han, B.(2021). La società senza dolore. Perché abbiamo bandito la sofferenza dalle nostre vite. Einaudi.

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